Come difendere il proprio patrimonio

IL MERCATO DELL’ OROLOGERIA IN ITALIA
20 Settembre 2017
IL NUOVO RUOLO DEL CFO.
14 Marzo 2018

Come difendere il proprio patrimonio

difendere patrimonio

Photo by Ravi Roshan on Unsplash

Oggigiorno le responsabilità e i rischi connessi all’esercizio di impresa sono davvero numerosi.

I detentori di patrimoni manifestano sempre più la necessità di proteggere i propri averi. E ciò avviene sia che si tratti di patrimoni immobiliari, mobiliari o ancora corporate. La necessità è segregare la propria ricchezza (e talvolta quella aziendale) dall’eventuale aggressione di creditori.

Tale fenomeno è sempre più sentito dagli imprenditori nazionali. Al punto che, sempre più, l’ambito corporate “scollina” nel private e viceversa. La stessa gestione degli asset è divenuta “integrata”. Similmente, la protezione degli stessi è oggi conditio sine qua non per l’avvio di qualsiasi progetto. Infine, a condire il tutto, la gestione del rischio fiscale, specie post voluntary.

In questa direzione si è mosso velocemente il legislatore nell’ultimo ventennio. Al punto da superare, almeno in parte, l’ottocentesco dogma dell’indivisibilità e responsabilità patrimoniale. Si pensi all’apertura degli ultimi anni alle nuove figure contrattuali di stampo anglosassone. Tra queste, il trust e il sale lease back, forme che hanno segnato il solco della metamorfosi in atto.

Questo breve articolo introduce gli strumenti di protezione patrimoniale più invalsi in Italia. Tra questi, il fondo patrimoniale, le polizze assicurative, gli atti di destinazione, il trust, la fondazione di ordinamento estero. Evitiamo in questa sede di analizzare strumenti più “atipici”, la cui efficacia spesso è tutt’altro che scontata. Malgrado la breve disamina degli strumenti qui riportata, la tematica in questione è complessa.

Il fondo patrimoniale

Il fondo patrimoniale tutela la famiglia, purché fondata sul matrimonio. La protezione avviene sui beni necessari per soddisfare i bisogni della famiglia. Ciò si realizza con l’apposizione di un vincolo sui beni separati dal restante patrimonio. Si crea così un patrimonio cosiddetto “destinato e separato”. Destinato, in quanto avente quale destinazione il soddisfacimento delle necessità familiari. Separato, in quanto segregato dal patrimonio della coppia e di ciascun coniuge.

Il fondo tutela un coniuge, e la famiglia, nei confronti dell’altro coniuge. Ciò accade quando si
teme che quest’ultimo possa compiere una mala gestio dei beni destinati ai bisogni della
famiglia. Diversamente, che tenti di fare un utilizzo personale (magari speculativo) di questi
ultimi. Il fondo può essere così pensato come l’assicurazione di un minimo vitale per la
famiglia.

Ciò quale difesa contro gli eventuali dissesti dovuti a iniziative del singolo coniuge. E, come ovvio, a spese dei creditori sorti a seguito di quelle iniziative medesime. In questo caso il punto essenziale è il seguente. I beni non possono essere soggetti a esecuzione forzata per debiti che il creditore sapeva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Un fondo patrimoniale può essere costituito solo in caso di rapporto coniugale. Esso può essere costituito dai coniugi, sia in forma congiunta che singolarmente. Anche un terzo (per esempio un genitore) può costituire un fondo patrimoniale per provvedere alla famiglia del figlio. In questo caso, tuttavia, è necessario che entrambi i coniugi accettino. La costituzione avviene per atto pubblico alla presenza di testimoni. I beni iscrivibili nel fondo sono immobili, mobili registrati e titoli di credito nominativi e vincolati.

La polizza di assicurazione sulla vita 

Nella polizza vita troviamo quattro parti distinte del contratto. Il contraente, e cioè chi firma il contratto e si impegna ad adempierlo, in primis versando i premi. Necessario è chiarire da subito che il contraente può essere persona fisica o giuridica. L’assicuratore, che incassa i premi e si impegna a erogare la prestazione prevista in polizza. L’assicurato, soggetto sulla cui vita è riferito il contratto e le relative clausole. Quindi il beneficiario, che gode della prestazione finanziaria al verificarsi della condizione prevista. Contraente, assicurato e beneficiario possono essere una sola persona. Tipico il caso di una polizza stipulata sulla propria vita e a proprio favore. Diversamente può esservi eterogeneità tra le predette figure (un’azienda che assicura il decesso di un dipendente a beneficio della famiglia).

Le assicurazioni sulla vita si distinguono in tre categorie. Il “caso vita”, polizza che alla
scadenza paga al beneficiario un capitale o una rendita. Questa non prevede copertura in caso di decesso dell’assicurato. Quindi, in caso ciò dovesse accadere, al beneficiario andrebbe il totale dei premi versati rivalutati. Il “caso morte”, polizza che liquida il beneficiario in caso di decesso dell’assicurato. Questa non prevede copertura nel caso in cui l’assicurato sia ancora in vita al termine del contratto. Per questo, tale polizza è utile quale forma di tutela in caso di morte prematura. La “polizza mista”, la quale eroga la prestazione in caso di morte così come in caso di vita dell’assicurato. In questo caso, il capitale viene sempre corrisposto ai beneficiari indicati in polizza. Nel caso in cui l’assicurato sia ancora in vita alla scadenza del contratto, il capitale può essere erogato in forma di rendita vitalizia.

Storicamente le polizze avevano ad oggetto esclusivamente liquidità. Da alcuni anni, tuttavia, esistono le cd. “polizze strutturate”. Esse prevedono la possibilità di conferire anche beni immobili e partecipazioni societarie. Per questo, soddisfano esigenze finanziarie più che previdenziali. In termini segregativi, le somme dovute dall’assicuratore sono impignorabili e insequestrabili. In aggiunta su di esse il beneficiario non paga imposte al momento dell’attribuzione.

Atto di destinazione

In un atto di destinazione, il conferente vincola i propri beni per tutelare un beneficiario. Tale garanzia è riferibile a persone o enti meritevoli di tutela (disabili, per esempio). Essa, inoltre, può essere garantita per un periodo di tempo certo e predeterminato. I beni inseriti nell’atto possono restare di proprietà del conferente o essere trasferiti. In tutti i casi essi divengono, nel tempo stabilito, massa patrimoniale separata rispetto al resto del patrimonio.

Ne consegue che i beni vincolati, e i loro frutti, sono esclusi dal principio di responsabilità
patrimoniale generica. Per questo essi sono aggredibili solo per debiti contratti per la
finalità di tutela. A ciò corrisponde la limitazione sull’uso dei beni vincolati. Essi,
difatti, possono essere utilizzati solo per realizzare gli scopi indicati nell’atto. Idem dicasi anche per i frutti eventualmente emergenti dal patrimonio destinato.

La legge permette l’inserimento in atto di soli beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri. Non è quindi possibile, ad oggi, inserire partecipazioni societarie in un atto di destinazione. Altresì sono previsti limiti di durata, come già sopra accennato. Difatti, il vincolo sui beni non può perdurare oltre novanta anni o la durata della vista del beneficiario. Come per il fondo patrimoniale, anche l’atto di destinazione prevede la forma pubblica.

Trust

Le figure tipiche dell’istituto del trust sono tre: disponente, trustee e beneficiario. Il disponente è colui che trasferisce beni di sua proprietà all’affidatario. Quest’ultimo, anche detto trustee, riceve i beni e ha il compito di amministrarli e gestirli. Tale amministrazione viene resa a favore di uno o più beneficiari, terza e ultima figura, o per il raggiungimento di uno scopo. V’è poi invero un’ultima figura, non obbligatoria, denominata “guardiano”. A quest’ultimo viene affidato il ruolo di supervisionare sull’operato del trustee.

Quando il disponente trasferisce i beni al trustee, ne perde la proprietà a favore del trustee.
Quest’ultimo, difatti, diviene a tutti gli effetti il solo proprietario di tali beni. Egli è, tuttavia, un proprietario fiduciario. Pertanto deve impiegare quanto gli viene trasferito esclusivamente secondo le disposizioni del trust. Al trustee può essere trasferito il patrimonio personale
così come quello aziendale del disponente. Conseguentemente entrano in un trust titoli di credito, conti bancari e liquidità, azioni e obbligazioni, quote di società immobiliari, preziosi e opere d’arte, quote di fondi comuni, immobili et similia. In aggiunta, in un trust possono entrare sia la piena che la nuda proprietà di un bene. Uno dei vantaggi del trust è certamente la segregazione patrimoniale. Il patrimonio del trust è separato rispetto a quello del disponente. Similmente, è segregato anche rispetto al patrimonio del trustee e dei beneficiari. In conseguenza di ciò, qualsiasi vicenda colpisca tali figure non può travolgere i beni segregati. La figura unica del trustee è poi un secondo vantaggio del trust. Ciò in quanto si evitano dissapori tra più persone, privilegiando l’unitarietà nella gestione. Ancora, la realizzazione degli scopi del trust è svincolata dall’età del disponente. In questo
modo si attribuisce certezza alla attuazione degli scopi del trust. Infine, un ulteriore vantaggio, è certamente la garanzia di riservatezza dell’istituto. Anche per questo, l’istituto viene usato per operazioni in piena riservatezza.

Fondazione di ordinamento estero

La fondazione estera è anzitutto un ente avente personalità giuridica. E proprio in questo caso si differenzia da subito dall’istituto del trust. Essa è costituita da un complesso di beni destinato a perseguire uno specifico scopo. Detti beni sono trasferiti alla fondazione da un disponente. Per questo essi risultano del tutto disgiunti dal patrimonio del fondatore.

La fondazione è quindi, sostanzialmente, un insieme di beni amministrato secondo uno scopo. La fondazione vede tre figure principali: il fondatore (disponente), i beneficiari e il
protector. Il disponente, come anzidetto, trasferisce i propri beni all’interno della fondazione. Così facendo, si priva a tutti gli effetti della titolarità dei beni, a favore della fondazione. I beneficiari ricevono vantaggi dalla fondazione, nel perseguimento dello scopo statutario. Il protector, infine, svolge attività di vigilanza sulla corretta amministrazione della
fondazione. Importante notare che nulla impedisce che il disponente figuri anche tra i beneficiari. Tale circostanza rende così possibile separare il godimento di beni dalla titolarità degli stessi.

Alcuni problemi interpretativi sono nati in relazione allo scopo perseguibile dalla fondazione. Secondo parte della giurisprudenza italiana, la fondazione risponde a scopi di pubblica utilità. Tali scopi non possono quindi essere riconducibili in alcun modo al fondatore. Parte della giurisprudenza estera, invece, permette la coincidenza tra scopo e utilità privata. In tali casi non è quindi impedito alla fondazione l’esercizio di scambio di beni e servizi. Ciò purché il  predetto scambio sia sempre finalizzato alla mission della fondazione. 

Tutto ciò premesso, la migliore segregazione patrimoniale non dipende solo dallo strumento prescelto. Piuttosto, dal tempo e dalla capacità di pianificare in anticipo le future criticità. Il timing è imprescindibile. Una tempistica errata non solo depotenzia qualsiasi strumento. Essa può creare nell’immaginario dei creditori la sensazione di essere stati traditi. Ciò, con tutte le conseguenze giuridiche, nonché di branding, del caso. Anche alla luce di tale aspetto, suggeriamo al lettore interessato l’approfondimento dei suddetti temi con i nostri advisor.


Heber Caramagna è Business & Consulting Manager presso Knet Project.
h.caramagna@knetproject.com
https://it.linkedin.com/in/hebercaramagna