Obblighi e scadenze: il nuovo codice della crisi

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Obblighi e scadenze: il nuovo codice della crisi

Obblighi e scadenza: codice della crisi

Quali sono gli obblighi degli imprenditori e business owners e le prossime scadenze da rispettare?

Il Nuovo Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza pone obblighi e scadenze cui imprenditori e manager devono adeguarsi.

In KNET Project riteniamo sia importante restare aggiornati con le scadenze ufficiali (la prossima è il 16 Dicembre) per evitare sanzioni e possibili criticità in futuro.

Come (e da dove) nasce la riforma della crisi d’impresa e dell’insolvenza?

La genesi del Nuovo Codice della Crisi di Impresa risale al 2011, anno in cui la UE chiese agli Stati membri di varare nuove riforme per gestire più efficacemente il tema della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Perché?

Il contesto sociale europeo è quello post 2008, dove il numero di fallimenti e liquidazioni continua a crescere vertiginosamente. Il tutto a fronte dell’incapacità dei legislatori e delle banche nazionali di frenare la decrescita nel numero di imprese. La UE chiede di concentrarsi su due temi:

  1. la “prevenzione”, per meglio gestire la crisi ed evitare insolvenze ormai insanabili.
  2. La “second chance”, cambiamento in primis culturale mutato dal contesto anglo-sassone secondo il quale all’imprenditore fallito è doveroso, purché al ricorrere di determinati presupposti, concedere una seconda possibilità.

Il fenomeno ha avuto una dimensione globale e, negli anni a seguire, cambierà drasticamente il tessuto imprenditoriale e bancario di molti paesi membri. Tra questi certamente l’Italia, dove, a fine 2017, le principali 10 banche sono arrivate a detenere più di 94 miliardi di UTP “unlikely to pay” ossia – crediti dal recupero incerto, 165 miliardi di sofferenze, 5 miliardi di crediti scaduti per un totale di più di 265 miliardi di crediti deteriorati. L’Italia, quindi, arriva a trovarsi in una situazione di possibile stretta del credito (credit crunch).

Alla luce di ciò, i legislatori europei e la BCE (Banca Centrale Europea) forzano l’introduzione di una serie di misure a tutela del sistema bancario e imprenditoriale (tra cui il noto “Ifrs 9”).

Come ha reagito l’Italia?

Sulla scorta di quanto sopra, nell’ottobre del 2017 il Governo italiano vara una legge delega, la L. 155/2017, la quale riforma il tema della gestione della crisi di impresa proprio sulla base delle indicazioni fornite dalla UE nel 2011.

In questo modo, come gli altri stati membri, anche l’Italia recepisce le indicazioni comunitarie, focalizzando l’attenzione principalmente sui concetti di prevenzione e seconda possibilità.

Nel nuovo testo di legge il Governo italiano si impegna entro 12 mesi a:
  1. Riformare le procedure concorsuali e la “la disciplina sulla composizione della crisi da sovra-indebitamento”: procedure per prevenire il fallimento attraverso la sottoscrizione di accordi con i creditori.
  2. Rivedere i sistemi dei privilegi e delle garanzie.
  3. Trasformare per la prima volta in Italia il fallimento in liquidazione giudiziale, anche al fine di limitare il discredito sociale legato alle parole “fallimento” e “fallito” a danno dell’imprenditore. Obiettivo, ridurre lo stigma nei confronti del fallito.

E il risultato di tale lavoro? Il Governo Conte il 14 febbraio 2019 pubblica il Nuovo Codice della Crisi di Impresa e dell’Insolvenza, recependo in 390 articoli le raccomandazioni della UE nonché il lavoro svolto nei tre anni precedenti dalla Commissione Rordorf appositamente costituita.

Quali sono i 2 pilastri del nuovo impianto normativo?

1) Definire “la crisi” in termini oggettivi

Il Nuovo Codice della Crisi di Impresa definisce anzitutto, per la prima volta, il concetto di “crisi” e quello di “insolvenza”.

L’enunciazione di queste due definizioni è strategica in quanto, in passato, si definiva l’impresa come un’organizzazione in crisi in base a variabili del tutto soggettive. Quella che per qualcuno poteva essere un’impresa in stato di crisi, per altri poteva essere una società che stava attraversando piccole e temporanee tensioni finanziarie mentre per altri ancora poteva essere una società performante. Il normare quando una società sia in condizione di crisi e quando in stato di insolvenza è quindi un primo caposaldo del nuovo impianto normativo.

Quindi cosa significa essere “in crisi”?

Un’impresa è in crisi quando versa in condizione di difficoltà economico-finanziaria tale da rendere probabile l’insolvenza, manifestando flussi di cassa prospettici inadeguati per far fronte regolarmente alle obbligazioni pianificate nei sei mesi successivi.

E cosa significa invece essere “insolventi”?

L’insolvenza viene invece definita come la condizione in cui versa l’impresa inabile nel soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.

Ben si comprende, dalle suddette definizioni, come secondo il Nuovo Codice della Crisi di Impresa i flussi di cassa attuali e prospettici siano tra le principali variabili per monitorare e controllare costantemente la gestione dell’impresa.

2. L’obbligo di monitorare per prevenire

Il Nuovo Codice della Crisi di Impresa riforma l’art. 2086 del Codice Civile introducendo l’obbligo per l’imprenditore di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa.

Ciò al fine di rilevare tempestivamente segnali di crisi nonché la perdita della continuità aziendale. Quindi di attivarsi senza indugio nell’adottare e attuare gli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità.

Quali sono le scadenze (passate e future) da rispettare?

Il Nuovo Codice della Crisi di Impresa obbliga le imprese:
  1. Già a partire dal 16 marzo 2019 – ad adottare sistemi di controllo direzionale, sistemi di pianificazione e programmazione della tesoreria e tutto quanto necessario per garantire l’adeguato assetto organizzativo.
  2. Inoltre, con scadenza prevista per il 16 dicembre 2019, il Nuovo Codice obbliga le imprese che abbiano superato per almeno due esercizi determinati parametri di natura economica e patrimoniale (sui quali non ci soffermiamo in questa sede) a nominare l’organo di controllo o il revisore unico.
  3. Infine il Nuovo Codice, con scadenza in questo caso fissata al 16 agosto 2020, introduce la procedura di allerta “early warning” mediante la quale l’impresa, su base spontanea o indotta da terzi, diviene oggetto di un iter finalizzato alla gestione e risoluzione della crisi.

Come mi devo comportare in previsione della prossima scadenza?

Entro il 16 dicembre 2019 le società a responsabilità limitata, nonché le società cooperative, che hanno superato negli ultimi due anni i limiti previsti dall’art. 2477 comma 2 lettera c) del codice civile, devono nominare (salvo proroghe dell’ultimo minuto) l’organo di controllo e, se necessario, adeguare il proprio atto costitutivo e statuto alle nuove disposizioni.

Ciò in quanto, secondo quanto disposto nel Nuovo Codice della Crisi di Impresa, la prevenzione della crisi passa dal costante coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti nel business dell’impresa, ivi comprendendo gli organi di controllo e i revisori.

Recependo quanto previsto dal Nuovo Codice della Crisi di Impresa, la nomina dell’organo di controllo è obbligatoria qualora la società sia tenuta al consolidato, controlli una società a sua volta obbligata alla revisione legale o ancora abbia superato per almeno due esercizi consecutivi anche solo uno dei parametri dettati dall’art. 2bis comma 2 del D.l. 32/2019 (cosiddetto decreto “Sblocca Cantieri”).

Un tema, poi, annoso e sul quale in molti hanno dibattuto negli ultimi mesi è…
…chi debba nominare l’impresa alla luce delle recenti modifiche normative? Se un sindaco, un collegio sindacale, un revisore unico o una società di revisione?

Ad oggi, difatti, l’art. 2477 non distingue chiaramente tra i suddetti ruoli, creando non poca confusione in merito.

  • secondo alcuni (tesi prevalente), il collegio sindacale (o sindaco unico), oltre alla propria responsabilità sindacale può anche esercitare la revisione legale dei conti (sia in termini di bilancio d’esercizio che consolidato).
  • secondo altri, invece (che rappresentano invero una tesi minoritaria), ciò non sarebbe possibile in quanto l’attività di revisione spetta unicamente alle società di revisione (o revisore unico).
In sintesi, quindi, gli scenari possibili che emergono da tale contesto sono i seguenti tre:
  • nomina del collegio sindacale (o sindaco unico) con incarico di revisione;
  • nomina del collegio sindacale (o sindaco unico) e della società di revisione (o revisore unico);
  • nomina della società di revisione (o revisore unico) che tuttavia in questo caso non potrà svolgere anche le funzioni sindacali.

Non è difficile ipotizzare, in una logica di contenimento dei costi aziendali (che vanno a sommarsi a quanto le imprese avrebbero dovuto già sostenere entro il 16 marzo 2019 in termini di assetto organizzativo), una possibile preferenza per quest’ultima soluzione.


Per qualsiasi informazione in merito agli obblighi e alle scadenze previste nel Nuovo Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, non esiti a contattarci qui.

II nostro team di Turnaround Management sarà lieto di risponderVi e fornirVi informazioni di dettaglio sul Nuovo Codice e su cosa possano fare oggi imprenditori e manager per trovarsi pronti in previsione del 2020.