Un bilancio del “Family Business Financing” nel 2018

In finanza esiste una regola aurea: rischio e rendimento sono variabili tra loro correlate. Per questo, in uno scenario macroeconomico in cui i tassi sono ancora prossimi allo zero e gli investimenti redditizi sono piuttosto ardui da reperire, gli imprenditori sono più portati a investire nelle proprie imprese attraverso mezzi propri rispetto ad altri periodi storici. E ciò per molti versi è un bene in quanto le risorse imprenditoriali vengono investite direttamente nell’economia reale (e non sui mercati finanziari o immobiliari) e trasformate in beni e servizi messi a disposizione della collettività. Non solo. L’investimento con mezzi propri, di fatto, consente di superare almeno in parte il grosso ostacolo di moltissime imprese familiari italiane ancora troppo dipendenti dal sistema bancario (sul punto ricordo che le imprese italiane sono, in confronto alle corrispettive europee, tra le più dipendenti dal sistema bancario). E proprio questo può essere il momento di riflettere su alcune forme di finanziamento allo sviluppo aziendale che vengano in ausilio all’imprenditore nel mitigarne il rischio imprenditoriale e, parallelamente, garantirne una disintermediazione dal credito bancario. In tutto questo, opinione personale, il 2018 si è rivelato un vero e proprio anno di svolta per le alternative di finanziamento allo sviluppo. Vediamone insieme alcune.

Minibond.

Il 2018 è stato un anno importante per le quotazioni su mercato ExtraMot Pro e per le conseguenti emissioni di minibond. Questi ultimi sono prestiti obbligazionari emessi da società non quotate, in particolare obbligazioni per le società per azioni e titoli di debito per le società a responsabilità limitata. Essi sono titoli destinati alla sottoscrizione e detenzione da parte di investitori professionali/qualificati e permettono al family business emittente di accedere a una fonte di credito alternativa al canale bancario. Al 30 settembre 2018 è stato raggiunto un ammontare complessivo di 334 emissioni obbligazionarie per un controvalore di circa 16 miliardi di euro. Il taglio medio dell’emissione sino ad oggi è stato di 6,7 milioni, con una duration media di 4,9 anni, una frequenza di rimborsi bullet del 49% (il 51% prevede piani di ammortamento), una cedola annua del 5,08% e un fatturato medio dell’emittente pari a 99,7 milioni di euro. I vantaggi di questa innovativa forma di funding sono essenzialmente la diversificazione delle fonti di finanziamento, l’assenza di segnalazioni in centrale dei rischi, il regime fiscale di estremo favore per la società emittente, la possibilità di rimborso bullet a scadenza, l’impossibilità di vedersi obbligati dal creditore al rientro anticipato nonché l’effetto vetrina sui mercati finanziari a favore del family business emittente. Uno strumento, in definitiva, destinato a ricoprire ancora più importanza nel 2019 per le imprese di famiglia italiane.

Aim Italia.

Il 2018 è stato un anno chiave anche per le quotazioni sul mercato dei capitali Aim Italia, piazza che afferma sempre più la sua funzione di principale strumento di disintermediazione bancaria attraverso la raccolta di capitale di rischio per lo sviluppo delle imprese di famiglia (e non solo). In estrema sintesi, possiamo definire Aim Italia come l’alternativa per le piccole e medie imprese al mercato regolamentato di borsa Mta, appannaggio in genere di società a elevata capitalizzazione. Il mercato Aim ha visto una fortissima crescita nel 2018 con, al 27 novembre 2018, 114 società quotate sul listino, una capitalizzazione complessiva di 7,4 miliardi e una raccolta di capitali in IPO di 3,6 miliardi di cui più del 90% in emissione di nuovi titoli. Tali risultati sono stati anche conseguenti grazie alla recente introduzione dei cd. PIR (piani individuali di risparmio) i quali hanno giocato un ruolo fondamentale, attraendo – e non di poco – l’interesse di nuovi investitori istituzionali e professionali. In questo caso l’identikit della società listata Aim Italia prevede ricavi di poco superiori ai 40 milioni di euro, ebitda margin al 13%, capitalizzazione media di 43 milioni, un flottante medio da IPO del 23% e una raccolta media unitaria di 8,2 milioni di euro. Su questo mercato troviamo ormai più di 100 investitori istituzionali attivi, in netta maggioranza esteri (76% circa). Anche qui, i vantaggi di questo percorso sono anzitutto il reperimento di capitale di rischio (mitigando, anche solo in parte, il rischio in capo all’imprenditore), la possibilità di utilizzare “carta quotata” per finanziare lo sviluppo dell’impresa, il rafforzamento patrimoniale dell’impresa a beneficio del rating creditizio, la flessibilità della regolamentazione cui consegue un costo ex post listing del tutto contenuto e un forte effetto vetrina a livello globale. 

Fintech.

Il 2018 è stato, senza alcuna ombra di dubbio, l’anno della finanza tecnologica (cd. fintech). Ne ho già discusso in un precedente articolo avente quale tema il finanziamento della supply chain (“Supply Chain: nuovi orizzonti”, visionabile al link https://www.knetproject.com/nuovi_orizzonti_finanziamento_supply_chain ). Il potenziale di mercato è a dir poco enorme e le banche – in genere – si sono mosse con estremo ritardo. Al punto che in Italia, così come in altre aree del mondo, sono nate piattaforme di funding digitale alternativo basate su servizi e prodotti quali l’invoice auction, il purchase order financing, il crowdfunding, il p2p lending, il bank payment obligation, le carte di credito virtuali, il dynamic discounting, il reverse factoring, il credito di filiera e molti altri strumenti ancora. Il potenziale globale di mercato è enorme, ad oggi stimato in quasi 600 miliardi di euro. Dimostrazione di ciò, il numero di fusioni e acquisizioni di operatori del settore fintech registrato nel 2018, pari a ben 141 deal (tra i più importanti, senza dubbio l’acquisizione di iZettle per 2,2 miliardi di dollari, l’acquisto di Six Group per 2,75 miliardi di dollari e l’acquisto di Thomson Reuters per ben 17 miliardi di dollari). Numeri, in estrema sintesi, in grado di ben evidenziare come il settore stia letteralmente rivoluzionando la finanza a favore delle imprese, in particolare di piccole e medie dimensioni.

Ebbene, in un contesto così rapido, dinamico e turbolento, che vede il proliferare di nuovi player di mercato, di nuove soluzioni, servizi e prodotti a favore delle imprese familiari (e non solo, direi), ben si può comprendere come il tema dell’economia e finanza dell’impresa familiare acquisisca sempre più importanza entro i confini dell’impresa. Per questo, mi permetto di aggiungere, che il 2018 è stato, opinione del tutt personale, l’anno di quei professionisti che, con un chiaro rimando al mondo tecnologico, ho voluto etichettare come “Cfo 2.0” (“Il nuovo ruolo del CFO”, scaricabile al link https://www.knetproject.com/wp-content/uploads/2018/03/Il-nuovo-ruolo-del-CFO_hc_mar18.pdf ). Manager c-level con enormi opportunità di carriera, in grado di concorrere in prima persona (e direi finalmente) allo sviluppo della propria impresa e non invece, come spesso accaduto in passato, a osservare da spettatori. In definitiva, direi, un ottimo 2018 per il family business financing…e obiettivi estremamente sfidanti per il 2019. 

Ora stiamo a vedere…e buon fine 2018 a tutti.

Heber Caramagna è Business Manager del Gruppo Knet.

All’interno del Gruppo è responsabile delle business unit “Turnaround & Restructuring” e “Temporary & Interim Management”.

Per approfondimenti, contattare h.caramagna@knetproject.com