Quotarsi in Borsa conviene: i dati lo dimostrano

L’Italia conta circa cinque milioni di imprese. Eppure, su Borsa Italiana, le società quotate sono appena 373. Un dato che da solo racconta il divario strutturale tra il potenziale del tessuto imprenditoriale italiano e la sua capacità di accedere al mercato dei capitali. È su questo gap — e sulle opportunità che nasconde — che si concentra la nuova ricerca realizzata da Intermonte in collaborazione con la School of Management del Politecnico di Milano, pubblicata nel giugno 2026.

Lo studio analizza 363 PMI quotate su Borsa Italiana tra il 2011 e il 2025, con capitalizzazione iniziale inferiore a 1 miliardo di euro, distribuite su tutti i segmenti: Euronext Milan, Euronext STAR Milan ed Euronext Growth Milan. Un campione rappresentativo, costruito su un orizzonte di 15 anni, che permette per la prima volta di misurare con rigore statistico cosa accade davvero a un’impresa dopo la quotazione.

I Numeri al Momento dell’IPO: già una Storia di Valore

Al momento del loro ingresso in Borsa, le 363 aziende del campione non erano startup fragili in cerca di sopravvivenza. Erano realtà solide, radicate nell’economia reale:

  • € 25,2 miliardi di ricavi aggregati (mediana per impresa: € 79 milioni)
  • € 3,37 miliardi di EBITDA aggregato
  • € 1,18 miliardi di utile netto complessivo
  • 107.324 addetti totali
  • Flottante medio post-IPO del 36%
  • Capitalizzazione complessiva di € 32,2 miliardi

La composizione settoriale rispecchia fedelmente il DNA produttivo italiano: il 65% delle imprese appartiene ai comparti Consumer, Industrial e Technology, i pilastri della manifattura e dei servizi nazionali. Non aziende di nicchia, ma campioni rappresentativi di quei distretti produttivi che fanno dell’Italia la seconda manifattura d’Europa.

Dopo la Quotazione: Crescita Misurabile, Non Solo Narrativa

Il cuore della ricerca sta nei dati post-IPO. Le best performer nel quinquennio successivo all’ingresso in Borsa hanno mostrato risultati inequivocabili:

  • Ricavi più che raddoppiati nei cinque anni successivi all’IPO
  • Crescita significativa dell’occupazione, con nuovi posti di lavoro nei territori
  • Creazione di valore per gli azionisti strutturale e misurabile nel tempo

Come sottolinea Guglielmo Manetti, Amministratore Delegato di Intermonte: “Questi non sono solo dati finanziari: sono posti di lavoro e valore distribuito nei territori. La quotazione, fatta bene, è un acceleratore di crescita reale.”

La distinzione tra “fatta bene” e “non fatta bene” è il punto centrale dello studio. Non tutte le IPO si equivalgono: la ricerca identifica correlazioni statisticamente robuste tra specifiche scelte di governance, struttura dell’operazione e strategie post-quotazione, da un lato, e la capacità di creare valore nel lungo periodo, dall’altro.

Il “Decalogo” delle Quotazioni di Successo

Il Professor Giancarlo Giudici, ordinario al Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca, ha sintetizzato i risultati in un decalogo empirico — non un elenco di buone intenzioni, ma una mappa di comportamenti che storicamente hanno distinto le quotazioni vincenti. I fattori chiave ruotano attorno a tre assi:

  • Governance solida e trasparente prima, durante e dopo l’IPO
  • Piano industriale orientato alla crescita, con obiettivi credibili e verificabili
  • Capacità manageriali adeguate per eseguire la strategia post-quotazione

Il messaggio è diretto: la quotazione non deve essere vissuta come un evento finanziario una tantum, ma come l’inizio di un percorso di crescita sostenibile, con obblighi di trasparenza che diventano un asset competitivo, non un onere.

Il Paradosso delle Small e Mid Cap Italiane

C’è un dato che dovrebbe far riflettere qualunque investitore istituzionale: il 90% degli scambi su Borsa Italiana si concentra sulle 40 blue chips del FTSE MIB. Le Mid Cap e Small Cap — quelle 363 imprese analizzate dalla ricerca, che rappresentano il cuore produttivo del Paese — restano sostanzialmente ai margini dei radar degli investitori professionali italiani.

Eppure, è proprio in questo segmento che si concentra la vera storia di crescita dell’economia italiana. Imprese che, al momento dell’IPO, avevano già dimensioni significative, bilanci in ordine e un track record operativo solido. Imprese che, con il capitale raccolto in Borsa, hanno poi accelerato su internazionalizzazione, innovazione e acquisizioni.

Giudici è esplicito sul punto: “In Italia occorre attrarre nuovi investitori professionali e nuovi capitali specializzati sulle Mid Cap e Small Cap quotate.” Un’opportunità che il mercato italiano ha tutto l’interesse a cogliere prima che lo facciano in misura crescente gli investitori esteri.

Guardando quindi ai dati aggregati — 25 miliardi di ricavi, oltre 107.000 addetti, 32 miliardi di capitalizzazione al momento delle IPO — appare evidente che il mercato dei capitali italiano ha già dimostrato di saper svolgere una funzione strategica per l’economia reale. La sfida, ora, è scalare questo modello.

Con soli 373 aziende quotate su cinque milioni di imprese, il potenziale inesplorato è enorme. La ricerca Intermonte–Politecnico di Milano fornisce finalmente gli strumenti empirici per convincere gli imprenditori più scettici: quotarsi in Borsa, con le giuste condizioni di governance e strategia, non è un rischio — è un’opportunità di crescita documentata dai numeri.